Travolti da un carro armato

Dopo una notte infernale, non tanto per la bastonata che ha colpito la Juve ma per una fastidiosissima influenza che mi ha colpito proprio nel giorno della partita tanto attesa, mi sento adesso esattamente come hanno dovuto sentirsi tutti gli juventini dopo il massacro sofferto nel secondo tempo della finale di Cardiff. Dopo un buon primo tempo, il Real si è trasformato in carro armato ed ha schiacciato i bianconeri. Non irriconoscibili per difetti propri, ma perché sopraffatti da un avversario molto superiore.

La sconfitta è dolorosa non tanto per quel “che avrebbe potuto essere”: risulta molto più dura una sconfitta ai rigori o risultato di occasioni perse. Nulla di questo ieri: nonostante le aspettative che “stavolta sì la Juve era a punto” il Real si è dimostrato di un altro pianeta rispetto alla buona Juventus terrestre.

Ho visto praticamente tutte le partite dei bianchi e dei bianconeri quest’anno, e anch’io m’ero fatto l’idea che la Juve si fosse avvicinata davvero al top d’Europa: il Madrid nicchia parecchio, in campionato vince spesso le partite negli ultimi cinque minuti, ma in Champions s’eleva ad altri livelli, che per la Juve sono ancora stratosferici.

Intendiamoci, la Juve ha eliminato spesso il Real a doppia partita, quell’esercizio che i bianconeri dominano bene, ma in finale un Real o un Barça non falliscono mai. La Juve sempre.

È una maledizione, una questione psicologica, una disdetta? Credo di no. Se giungere a nove finali di Champions e perderne sette è un record sia in positivo che in negativo, bisogna ammettere che in queste nove finali, la Juve in una sola occasione (Ajax, vinta ai rigori) è stata superiore all’avversario. Nelle altre otto è stata al massimo allo stesso livello, ma più spesso chiaramente inferiore, come nelle ultime due. Non esiste quindi un’irrazionale maledizione da finale, ma una questione di livello relativo nei confronti del top del momento. Se spesso in passato i bianconeri sono scesi in campo bloccati,  ieri non è stato il caso. Hanno iniziato aggressivi ed hanno giocato un buon primo tempo, recuperando persino uno svantaggio (prima volta in nove finali che ciò succedeva!). Nel secondo tempo non c’è stata più partita.

Se si analizza oggettivamente la storia del calcio europeo, sorprende che il Real abbia vinto Liga e Coppa dei Campioni nello stesso anno solo due volte: nel 1958 e ieri.  Per definire il predominio d’un club in un certo periodo storico è necessario che quella squadra s’imponga sia in casa che fuori contemporaneamente. Il Real di Di Stefano vinse cinque coppe consecutive, il che costituisce ovviamente un ciclo, ma poi ha veleggiato sull’Europa senza divenire di nuovo il club di riferimento assoluto. Fino ad oggi. Dopo un lungo periodo di mediocrità dal 1967 al 1998, i bianchi s’impongono di nuovo tre volte in cinque anni fino al 2002, ma senza diventare la squadra d’Europa. Tanto che perdono spesso la Liga.

Sono state indubbiamente squadre al top e di riferimento l’Inter di Herrera, l’Ajax di Cruyff, il Bayern di Beckenbauer, il Liverpool degli anni ottanta, il Milan di Sacchi – Capello, il Barça di Messi. Che vincono il loro campionato mentre raramente falliscono finali. Squadre top del loro momento.

Del Real Madrid attuale impressiona come questo gruppo, che fu sballottato fino alla ridicolaggine dal Barça tra il 2009 e il 2012, abbia potuto crescere tanto e divenire, con pochi sapienti ritocchi, la squadra attuale. Lavorando e migliorandosi. Ad immagine di un Cristiano Ronaldo che dal giovane superdotato e insopportabile che era è riuscito a migliorarsi nella parte finale della sua carriera, divenendo davvero quel campione che prima solo s’intravvedeva. Pensando alla loro solidità e a chi hanno in panchina, c’è da tremare per il futuro. Altro che Juve.

Tra le italiane, solo il Milan di Rocco e poi ancor più quelli di Sacchi e Capello si sono innalzati a quel livello assoluto. L’Inter, oltre che con Herrera, l’ha fatto brevemente tra il marzo e il maggio 2010, quando risultò imbattibile dopo essere riuscito nell’impresa eccezionale d’eliminare la squadra di riferimento del momento, il Barça. Fu un’eccellenza certa, ma effimera in tempi: ad agosto quell’Inter era già svanita.

La Juve è stata forse la migliore d’Europa tra il 1983 e il 1985, e di nuovo tra il 1996 e il 1998, ma non l’ha certificato in maniera incontrovertibile sul campo come hanno fatto le altre citate. Per cui rimane un’incompiuta.

Non sono d’accordo con chi minimizza i comunque notevoli successi della Juve sia in casa che fuori dietro visioni etiche, economiche, ambientali. La Juve è una squadra di potere ma non ha vinto tutto e solo per favori. Mi sembra più razionale sostenere che oggettivamente la Juve non è mai salita sul gradino più alto d’Europa perché non è mai riuscita a divenire la più forte in assoluto d’Europa, anche se lo è stata spesso in Italia. Quando le milanesi hanno primeggiato in Europa l’hanno fatto anche in Italia, nessuna italiana è mai diventata campione d’Europa per impresa estemporanea (un po’ l’Inter del 2010, ma era leader anche a casa).

La partita di ieri l’ha illustrato graficamente: solo l’eterno provincialismo italico ha potuto farci credere che stavolta la Juve fosse più solida del Real. In realtà, tra il nostro campionato e l’Europa c’è ancora un notevole scarto. Nonostante i per me sciocchi attacchi che dalla penisola arrivano al calcio e ai club spagnoli, come la stupidaggine del calcio “femmineo” cui si opporrebbe la “virilità” italica, ragionamento diffuso ma d’una pochezza disarmante, visto che le spagnole giocano bene, nazionale compresa, e non falliscono mai in finale, altro che “femminucce”; nonché la sterile polemica su certi meccanismi esistiti in passato che favorivano fiscalmente i club iberici: tutto bene, ma i soldi poi devi saperli usare, non cadere in mano dei procuratori come fanno certi club nostrani pronti a comprare qualsiasi brasiliano di terzo livello per dividersi commissioni, il livello medio del nostro calcio è molto più basso che in passato e non è una estemporanea eliminazione d’una spagnola da parte d’una italiana che può nascondere evidenze documentate. Si analizzi l’ultimo decennio di coppe europee, Europa League e nazionali comprese.

Per tornare alla Juve, è notevole che dopo il disastro del 2006 sia tornata in alto quando si poteva immaginarne il declino. Ancor più notevole che abbia vinto sei scudetti consecutivi, frutto anche d’un abbassamento del livello delle avversarie. La Juve di Conte non era per metodo competitiva in Europa, quella di Allegri sì: può eliminare altre grandi non nel loro momento top (Barça quest’anno, Real due anni fa), lottare alla pari con il Bayern, ma non battere la squadra più forte del momento in una finale. Per fare ciò non manca solo fiducia, ma qualità in mezzo e davanti, settori nei quali il campionato italiano non è più di alto livello. Una formidabile linea difensiva è un’ottima base, ma non basta più di fronte ai carri armati.

La Juve è come quello studente di provincia considerato un fenomeno a casa sua (nonché invidiato e malignato, “bella forza con quel cognome lì” da coloro che preferiscono nascondere la loro mediocrità dietro scuse) ma che paga dazio quando giunge in un grande centro universitario di livello internazionale dove non è più nessuno.

E non dimentichiamo che quest’anno la Juve ha faticato in tutte le partite con avversarie di rango in Italia, non dimostrando superiorità indiscutibile negli scontri diretti.

Non vedo grandi margini di miglioramento rispetto a questa situazione, e vedo più probabile incominciare a perdere scudetti che incominciare a vincere Champions. La Juve non può comprare grandi stelle al top, e l’intorno italiano non permette più di costruire una squadra di ferro con risorse interne.

Non rimane quindi il rimpianto d’una sconfitta evitabile (non lo era), ma quello per l’eterno errore di Sisifo che facciamo in Italia, quello di scongiurare la nostra inadeguatezza con l’atteggiamento provinciale di chi denigra i successi altrui e confonde l’ottone con l’oro, solo perché nel nostro piccolo brilla anche di più.

Rimane poi l’amarezza vera, quella che nell’Europa di oggi stia divenendo impossibile riunire folle pacifiche in un quadro sicuro e sereno. Di questo passo, finiremo giocando partite in stadi vuoti, con l’obbligo per ognuno di vederle da solo a casa di fronte allo schermo. Uno scenario alla Black Mirror.

4 giugno 2017, il giorno dopo la settima finale persa di Champions.

 

 

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Trump visto da Washington

Nelle settimane scorse ho avuto alcuni giorni di lavoro tra Washington e New York. Per la prima volta nei miei pure lunghi venticinque anni di carriera internazionale ho avuto riunioni di lavoro nelle sedi di Dipartimento di Stato, Nazioni Unite e Organizzazione degli Stati Americani.

La settimana in cui sono stato là è coincisa con l’aggravarsi del cosiddetto Russiagate: i forti sospetti di rapporti privilegiati tra il presidente Trump e collaboratori a lui vicini con il governo russo facevano l’unanimità dei network e i toni della copertura giornalistica erano pressoché unanimi nell’evocare il possibile inizio di un percorso verso l’impeachment del neo presidente.

Dai contatti avuti con esponenti repubblicani, democratici ed osservatori internazionali ho ricavato le seguenti impressioni:

Washington è attualmente in preda a due fenomeni: 1. un’enorme confusione, dovuta allo stile di governo di Trump e alla mancata nomina di migliaia di dirigenti intermedi dell’amministrazione, che nella pratica paralizza l’azione governativa e diminuisce di molto la qualità degli “executive orders” (decreti) prodotti dal circolo ristretto attorno al presidente, digiuno anch’esso di pratica legale e politica. Da questi fattori deriva un’estrema imprevedibilità dell’azione di governo di Trump;

2. Un estremo disagio, che in pratica si traduce in rivolta, dell’establishment della capitale contro Trump e la sua amministrazione. Questo fenomeno non si limita all’establishment democratico, che naturalmente fa opposizione, ma anche a quello repubblicano ufficiale. Per la prima volta dopo più d’un secolo, a Washington esistono tre fazioni politiche, ognuna con le sue caratteristiche ed in lotta l’una con l’altra a diversi livelli: quella democratica, quella repubblicana e quella trumpiana. Le prime due hanno il monopolio del legislativo, dei think tank e delle lobbies, ma la terza ha l’esecutivo.

Nel sistema americano l’esecutivo non ha il monopolio del potere, ma ha prerogative ampie, e può fare molto anche da solo, come sta cercando di fare Trump.

Contrariamente a quanto si è detto, questi non è né un repubblicano classico, né un conservatore tout court. La maggior parte degli analisti lo considera un egocentrico di forte personalità senza convinzioni solide e profonde, né tantomeno preparazione d’alcun tipo (nemmeno la sua esperienza imprenditoriale può fare davvero testo per l’esercizio della presidenza, perché legata a settori come l’immobiliare e il gioco d’azzardo che non preparano alla politica e in più il nostro è quasi privo d’esperienza internazionale: ad esempio, non conosce i meccanismi del commercio internazionale e per questo erra nell’analisi sul significato dei dati relativi agli scambi: come un profano in economia pensa che un deficit sia “una brutta cosa” e un surplus “una bella cosa”).

Questo spiega come cambi d’opinione così spesso: la NATO era obsoleta, o poi non lo è più ma bisogna che gli altri paghino; lo stesso per l’UE; il Brexit era una meraviglia che avrebbe distrutto l’UE e invece adesso la rafforzerà; la Cina manipolava il cambio e adesso invece è la Germania che agisce da “cattiva”. Ma come cambia d’idea in un senso, può cambiare di nuovo domani nell’altro. Imprevedibilità assoluta, non esattamente ciò di cui ha bisogno il mondo.

Con tutto ciò anche se esistono check and balances, e stanno agendo, specie in sede giudiziaria, un presidente americano ha molto potere e può fare molte cose per conto suo: ma più in negativo (disfare cose fatte da altri per decreto) che in positivo (proporne di nuove). Col tempo, l’azione negativa dev’essere sostituita da una costruttiva che richiede la collaborazione del legislativo.

Può riuscire a smontare alcune clausole dell’Obamacare ma non facilmente definire un sistema alternativo.  Può lasciare un accordo internazionale ma non sostituirlo. Può proporre di rinegoziare un accordo commerciale ma senza garanzie che il nuovo negoziato migliori la situazione rispetto al presente.

Trump si trova in questa fase, nella quale ovviamente i suoi fans inneggiano ad ogni decisione, senza analizzarla troppo ma solo perché va contro le precedenti, e i suoi detrattori fanno l’opposto esattamente per lo stesso motivo. In realtà, nessun dato (e tantomeno le manipolatissime borse) permette di valutare con dati certi il risultato dell’azione di Trump. Chiunque dica una cosa o l’altra sta solo confermando le sue rispettive credenze, perché TUTTO resta da dimostrare.

I media politici sono basati a Washington e fanno parte dell’establishment: sono solidamente contro il “metodo Trump” e questo spiega la costante offensiva mediatica che mette in luce ogni possibile aspetto negativo o risibile di Trump (hanno l’imbarazzo della scelta) ed evoca lo spettro dell’impeachment. Persino i repubblicani sono tentati da quella prospettiva, perché, ricordiamolo, il metodo Trump è ugualmente imbarazzante e distruttivo anche per loro, e li mette in imbarazzo politico in prospettiva – 2018 (rinnovo totale Camera e un terzo del Senato).

Credo che nel corso della sua presidenza Trump darà adito a numerose occasioni d’impeachment: il suo totale disprezzo della dimensione legale e degli equilibri istituzionali sarà di moda, ma vulnera uno dei principi fondamentali su cui sono fondati gli States. Il pericolo c’è, e potrebbe concretizzarsi.

Ma non adesso e non necessariamente sul caso russo: è innegabile che interessi russi abbiano colluso per favorire la non elezione di Clinton, ma la dinamica esatta è difficilmente dimostrabile. I contatti privilegiati tra entourage Trump e Russia sono evidenti e difficilmente spiegabili se non in chiave di gratitudine, e la scure dei “subpoena” e le commissioni d’inchiesta cadrà su collaboratori di Trump, ma non esistono ancora le condizioni politiche per un impeachment: solo un potenziale futuro d’impeachment.

I repubblicani non attiveranno mai una procedura d’impeachment contro un presidente eletto da loro: non per amore a Trump, ma per amore ai rispettivi seggi, in gioco nel 2018. Presentarsi agli elettori repubblicani contro il presidente che hanno eletto come potrebbe favorirne la rielezione?  Solo se la presidenza Trump dovesse trasformarsi i disastro evidente entro il 2018 (ma sarà difficile, perché chi l’ha votato continuerà a dire che l’establishment “non lo lascia governare perché vuole cambiare davvero le cose”) i repubblicani potrebbero smarcarsi da lui e giocarsela in chiave eversiva della sua presidenza. Ma non è lo scenario più probabile.

Il cammino verso l’impeachment diventerebbe certo se i democratici recuperassero il controllo delle Camere  a novembre 2018, ma è difficilmente prevedibile per il momento e arduo per come è configurata la geografia dei distretti elettorali negli stati a maggioranza repubblicana. Per perdere la maggioranza, il GOP dovrebbe subire un tracollo, e non siamo ancora lì.

La rivolta di Washington (e New York, che gli votò contro al 60%) intesi come centri di potere politico ed economico ed opinione contro Trump è evidente ed occupa i media, ma non è affatto chiaro che si traduca in sentimenti simili nel resto del paese, estraneo ai giochi di Washington e ancora legato al risultato recente dell’elezione: non è quindi matematico che la rabbia contro Trump, espressa perlopiù da chi gli aveva votato contro, significhi un cambio già definitivo nelle preferenze degli americani (che comunque avevano votato con discreta maggioranza totale per Clinton). Non c’è nessuna garanzia che il voto darebbe oggi un risultato diverso, così come l’unanimità anti – Trump sui media “pesanti” americani significa ancora poco.

Non sorprende per nulla l’annunciata uscita dagli accordi di Parigi, che risponde a profonde convinzioni dell’ala trumpiana, del suo elettorato e piace ad una parte del business (non a tutto). Era inevitabile. Più che a ragioni climatiche od economiche, risponde al bisogno che Trump di aveva di sbattere il pugno sul tavolo di fronte al mondo.

La rinuncia al TPP provoca il paradosso di lasciare spazio agli interessi cinesi in Asia (il TPP escludeva Pechino), e il TTIP con l’Europa non avanzerà anche perché poco popolare da questo lato dell’Atlantico. La rinegoziazione del NAFTA avverrà, e potrebbe dare qualche risultato. Il problema è che Trump DEVE reintrodurre dei dazi o dei diritti equivalenti, perché la sua visione semplicistica del commercio internazionale lo richiede, ma molti stati del Sud che hanno votato per lui sarebbero rovinati da barriere commerciali con il Messico, che penalizzerebbero le esportazioni agricole americane e renderebbero più care le componenti importate. Trump è obbligato a rinegoziare il NAFTA per essere coerente con se stesso, ma è anche obbligato a che sia un negoziato “soft” e relativamente simbolico.

La chiave del successo della presidenza Trump risiede nella creazione di milioni di posti di lavoro per la working class e sembra davvero improbabile che lui, o chiunque altro, ne abbia la chiave nel corto periodo.

Bisognerà vedere se sfioriranno prima le sue promesse o il risentimento verso l'”establishment”.

Io non scommetterei né su una caduta rovinosa di Trump né su un suo improbabilissimo successo: ad ogni modo, i media mainstream non lo riconoscerebbero e gli elettori “non ortodossi” di Trump neanche, in quel balletto d’informazioni mal interpretate e analizzate che è la realtà nella quale siamo ormai immersi.

Il primo viaggio internazionale di Trump, la settimana seguente, è stata una dimostrazione delle caratteristiche note e non stemperate della sua personalità, del suo rapporto pressoché impossibile con ogni altro leader mondiale (ma a lui va bene così, cerca lo scontro), del nuovo villaggio globale nel quale veniamo nutriti di dettagli e svanisce l’essenza dei problemi.

Parigi – clima era condannato, la NATO ha bisogno di un ripensamento e d’una riorganizzazione che la renda meno cara (ma la valutazione dei contributi complessivi alla difesa è più complessa di come la fa Trump, vedi basi e missioni internazionali) e il rapporto Usa / UE non sarà idillico, ma il fattore Trump non distruggerà l’UE: paradossalmente, potrebbe rafforzarne la coesione, come del resto il Brexit. La risposta nei prossimo paio d’anni.

2 giugno 2017.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I

Il 2017 europeo

Dopo le primarie del PD, tutto indica che da qui a ottobre i quattro principali paesi dell’UE saranno passati per le urne, definendo quindi gli orientamenti fondamentali in seno all’UE, almeno nella sua parte occidentale (quella orientale segue parametri diversi e vive momenti economicamente diversi).

Austria e Olanda hanno cominciato a dire che i partiti con preferenza sovranista e revisionista rispetto all’integrazione europea (cerco di usare dei termini consensuali che permettano di capirsi senza essere accusato di “preferenze lessicali”) crescono, piu’ in Austria che in Olanda, ma non hanno ancora davvero sfondato. Richiedono pero’ grandi convergenze del resto del sistema politico per farvi fronte. In entrambi i casi, i partiti dell’internazionale socialista vengono ridotti a minimi termini, impensabili solo qualche anno fa. Il socialismo, socialdemocrazia o laburismo viene abbandonato dai suoi votanti tradizionali perchè considerato acriticamente globalista e una specie di destra decaffeinata senza presa positiva sulla vita della gente. Non lo votano piu’ le classi lavoratrici nè i giovani: solo anziani, funzionari pubblici e professioni liberali.

In Francia, il discriminante è chiaro: travolti i partiti tradizionali (socialisti e no), emergono l’anima nazionalista, rimasta sotto traccia per decenni ma mai davvero assente e una nuova galassia informe, europeista, globale e di mercato. Difficile trovare altre letture per la sfida Macron – Le Pen. Le Pen cresce, e crescerà per forza al secondo turno, ma difficilmente potrà colmare in sette giorni la breccia 60 – 40 a suo sfavore che si delinea. Chiaro che una Le Pen sconfitta al 40 e rotti% non è uno sviluppo privo di significato e non ha nulla a che vedere con la sconfitta pesante di suo padre nel 2002, ma anche in questo caso credo si dimostrerà che l’opzione anti – europea è cresciuta, ma non è ancora maggioritaria.
Macron avrà problemi a creare una sua maggioranza, ma ancora di piu’ ne avrebbe Le Pen: nella Quinta Repubblica, i presidenti “trovano” sempre la loro maggioranza, ma mai come in questo caso sarà arduo. Nelle legislative i movimenti a sostegno di un candidato presidenziale non pesano allo stesso modo e il FN prenderà piu’ parlamentari che mai (qualche decina, parte da molto in basso), ma rimarrà ad anni luce da una maggioranza operativa. Più che “cohabitation”, “blocage de fait”.

In Gran Bretagna le elezioni si giocheranno sulla discriminante Brexit o no: non nel senso che si possa tornare indietro, ma in quello che ogni candidato dovrà esprimersi chiaramente su quel punto, superando l’asimmetria attuale tra House e votanti che tanto infastidisce Theresa May.
Credo che i suoi Tory “Brexit” otterranno una maggioranza confortevole, e che l’opposizione verrà capitanata dai liberaldemocratici “europei”, che cresceranno parecchio, e dagli indipendentisti scozzesi, che prenderanno di nuovo tutti i seggi da loro. Tutto a detrimento del Labor Party, che è stato traghettato da Corbyn su posizioni che lo rendono irrilevante politicamente, specie la sua ambiguità sull’Europa, con cui ha perso un’occasione di riposizionarsi. Anche per loro sarà la peggiore elezione della storia post – 45. L’UKIP, raggiunto il suo scopo, rimarrà probabilmente fuori dai Comuni: Cameron obiettivo raggiunto, ma nel frattempo s’è bruciato il bosco con lui dentro…
La Brexit continuerà e si attiverà nel 2019, in uno scenario ancora molto indefinito.

In Germania, nonostante il fattore emigranti, Merkel dovrebbe essere confermata, probabilmente di nuovo in “Grosse Koalition”, anche se bisognerà vedere se i liberali si riprenderanno, e in funzione del risultato dell’SPD e di Schulz verranno rivisti alcuni aspetti della politica economica ferrea che ha bloccato l’UE dal 2008. Ma l’alternativa “contro” (AfD) è molto piu’ minoritaria che nel resto d’Europa e rimarrà su livelli fisiologicamente bassi. In Germania il dibattito UE si’ o no corre su parametri oggettivamente diversi e l’elettore tedesco non ha alcuna ragione forte per dare le spalle all’integrazione europea.

In Italia, PD e M5S sono le due opzioni “forti”, ma il sistema elettorale con cui ci ritroviamo, il proporzionale, non darà risposte nette. il M5S sarà primo partito e il PD secondo. Il primo avrà enormi difficoltà a trovare alleati, anche se Lega e Fratelli d’Italia sembrano le opzioni piu’ immediate, in quella che penso si possa definire un’alleanza sovranista senza che nessuno si offenda. Vedremo se realistiche.

Piu’ realistico che si coaguli invece una coalizione “alla tedesca” attorno al PD di Renzi, di cui, contrariamente ad altri che lo davano per morto il 4 dicembre (confondevano le loro aspirazioni con la realtà, succede spesso) dovrebbe essere il leader, appoggiato da quello che definivamo una volta centro – destra. Esattamente come adesso, o forse ancora piu’ organico di adesso.

Questo scenario fa intravedere una notevole continuità, il che preoccupa perchè il paese è bloccato.

A partire da queste elezioni e tenendo conto di come evolverà il negoziato Brexit, l’UE ridefinirà le proprie posizioni, prendendo come nucleo di partenza il Libro Bianco e un’inevitabile ripartenza a partire da un nucleo più compatto di quello a 28 (nel passaggio da 15 a 28 il progetto europeo si è smarrito).

Dato che tutte le elezioni confermano che l’insoddisfazione nei confronti dell’UE cosi’ com’è cresce ma non ha ancora sfondato, l’eventuale momento della verità non si darà in questo 2017, come alcune circostanze nel dopo – Trump facevano pensare, ma nel prossimo quinquennio.

Un fallimento dei governi “europeisti” in Europa Occidentale in quel periodo sarebbe esiziale per l’UE e inevitabile l’ulteriore rafforzamento di forze contrarie. Ma dare l’UE per morta oggi o già rinata dopo queste tornate elettorali mi sembra prematuro in entrambi i casi. Il piu’ resta da fare.

Lettera a un amico con dubbi sull’Europa

Caro amico : hai ragione a parlare di tue sensazioni, perché le certezze su questo tema, molto mal presentato agli elettori e molto mal descritto nella sua complessità su media e social sono davvero fuori luogo. In primo luogo la Brexit non è ancora avvenuta, quindi parlare adesso di successo o fallimento dimostrato è certamente prematuro. Non ha ancora dispiegato nessun effetto economico o giuridico, né lo farà per ancora un paio d’anni, salvo un’insondabile influenza sulle aspettative degli operatori, che non si è ancora materializzata. E l’analisi economica è MOLTO più solida a posteriori, con dati certi, che nella fase di previsione, troppo influenzata da incertezze e soprattutto preferenze di chi osserva. Sulla Brexit per il momento abbiamo certezze assolute solo da parte di chi le confonde con i propri desideri, magari proiettandole sul caso italiano per la disperazione che esso provoca. In mancanza di meglio, sparigliare le carte e dare all’UE le colpe di tutti i nostri mali può risultare attraente.

Quello su cui invece possiamo essere certi è che l’integrazione europea, contrariamente a quanto alcuni si lanciano a dire, è stato un processo con ottimi risultati economici. I numeri dicono che dal 1950 (trattato CECA) al 2007 (vigilia della grande crisi nella quale siamo ancora) la crescita dei paesi d’Europa occidentale che ne hanno fatto parte dall’inizio è stata annualmente SUPERIORE a quelli degli stessi Stati Uniti, paese leader dell’economia mondiale. In questo modo, l’Europa degli anni cinquanta è divenuta quella degli anni duemila, con livelli di vita molto superiori. Da noi come negli Usa. La nostra società globalizzata e impersonale può piacerci più o meno, ma è certamente molto più prospera di quanto non fosse all’inizio del cammino, nel dopoguerra.

La crescita europea, finché c’è stata, fu il risultato dell’abbattimento delle frontiere commerciali, dei forti investimenti strutturali finanziati in parte con fondi nazionali e in parte con fondi europei, della crescita demografica e nei consumi delle nostre popolazioni. Crescita demografica che dagli anni settanta comincia  a ridursi, fino a raggiungere la crescita zero della popolazione negli anni novanta (fattore spesso trascurato quando si criticano i bassi tassi di crescita europei negli ultimi vent’anni). E certo la pace che venne a sostituire i conflitti dei secoli precedenti contribuì in molto a tale processo virtuoso. Per negare il ruolo fondamentale dell’integrazione europea in questo scenario bisogna fare degli equilibrismi senza senso. L’integrazione europea FINO AL 2008 è stata un successo pieno.

In quegli anni sono successe due cose contemporaneamente che hanno penalizzato l’Italia (non che i nostri governi e le nostre imprese non lo sapessero, ma non si prepararono): la crisi economica globale che ha colpito un’Europa che d’improvviso, di fronte a difficoltà serie, si scoprì non solidale e l’allargamento ad est dell’Unione, che trasformo’ il nostro paese da beneficiario netto dei fondi europei a contribuente netto. Fino ad allora, per cinquant’anni, ricevevamo fondi superiori ai nostri contributi e le nostre aziende potevano esportare abbondantemente nel mercato comune europeo: un doppio beneficio. Da allora non è più così, e la percezione dei benefici dell’UE è scemata drammaticamente tra gli italiani. L’idea era che, giunto il momento, le nostre aziende si sarebbero trasformate in maniera tale da essere competitive mondialmente rendendo non più necessari i fondi strutturali europei come prima. Perché nel frattempo ci saremmo fatti forti, come fecero negli anni precedenti i tedeschi con le loro riforme, quelle che noi non abbiamo mai fatto davvero per le nostre mille incertezze.

L’euro ha avuto sull’Italia un effetto positivo in termini di riduzione dei costi finanziari (sui nostri mutui e sul notevole debito pubblico), ma negativo sul costo della vita e sulla competitività delle nostre aziende, che perlopiù scelsero di ovviare al problema delocalizzando i posti di lavoro. Che in Italia sono spariti. La tempesta perfetta.

E’ colpa dell’Europa? Di certo non siamo mai stati bravi, neanche nel periodo positivo, prima del 2008, a cogliere l’evoluzione degli scenari nei quali eravamo immersi. Ricorda, fino a un decennio fa chi parlava d’Europa in Italia sembrava parlasse di Luna.

L’UE ha affrontato male la crisi dal 2008 in poi: perché si è divisa su criteri nazionali, mettendo nel cassetto lo spirito europeo che bene o male esisteva sin li’, e perché ha privilegiato la tutela degli interessi finanziari rispetto a quella dei cittadini. Errori che la maggior parte della popolazione ha pagato in prima persona.

La combinazione di fattori economici negativi che ha colpito l’Italia e i mediterranei proprio mentre l’allargamento ad est abbassava  l’asticella del reddito medio  ha quindi generato una narrativa politica nazionale nella quale l’Europa è divenuta da miraggio mai capito ma sempre amato a nemico pubblico numero uno. In realtà, non esiste in Europa un complotto anti – italiano. Anzi, l’Italia è da sempre considerato paese importante e decisivo per il futuro dell’Europa, anche le si è sempre imputata una certa mancanza d’incisività e continuità nell’azione politica. I nostri leader fanno parole grosse davanti alla stampa nazionale, ma sono molto più remissivi nelle sedi europee.

Il caso della Gran Bretagna è diverso, perché dopo essere entrata con riluttanza nella CEE nel 1973 (lo dovette fare per imperativo economico, il suo schema di Commonwealth non era più competitivo rispetto alle grandi opportunità del mercato europeo) ne ha profittato enormemente, ricostruendo la propria centralità proprio grazie all’attrazione d’investimenti privati in prospettiva mercato europeo e divenendo il centro finanziario per l’euro. E mantenendo, pur con un piede sempre fuori, un’enorme influenza politica che noi Italia non siamo riusciti a concretizzare. Ottennero persino un meccanismo di rimborso per cui pur essendo più ricchi di noi pagano di meno!

La Gran Bretagna non ha mai condiviso però l’obiettivo di creazione di un’Europa politica ed ha sempre fatto di tutto per evitarla, mentre è stata incredibilmente attiva nell’integrazione degli aspetti economici. Per la GB l’Europa è sempre stata solo un mercato, mai una prospettiva politica. L’euro fa parte della dimensione politica più che di quella economica, per il suo legame con la sovranità.

Nel momento in cui il mercato unico europeo ha perso velocità grazie ad una crisi mal affrontata e non risolta, i britannici hanno pensato bene di defilarsi, non senza dividersi esattamente a metà. Il calcolo economico è molto incerto e le analisi più serie fanno pensare ad una probabile discesa del PIL nei prossimi anni, specie adesso che si sta andando verso una Brexit “dura”, senza accordo preferenziale.

Il referendum del 24 giugno fu vinto dal Leave seguendo la promessa che le relazioni economiche con l’UE sarebbero rimaste immutate, ma che la Gran Bretagna non avrebbe più partecipato alle istanze politiche né avrebbe più contribuito al bilancio UE. Un sostanziale inganno, perché già adesso sappiamo che non sarà così e che Gran Bretagna ed UE non godranno di un rapporto privilegiato come Norvegia o Svizzera. In termini democratici, è in parte una truffa.

La Brexit è un’operazione politica  con poca o nessuna logica economica: la Gran Bretagna non ha più industria da anni, il ritorno del made in England una pia illusione e la creazione di posti di lavoro nel manifatturiero (stessa promessa di Trump) un inganno perché la tecnologia é oggi diversa dagli anni sessanta e i posti perduti non ritorneranno di certo in un paese con quella struttura di costi. Se anche tornerà qualche azienda sarà coi robot, non con operai.

Come ti dicevo, non esistono argomenti economici chiari in favore della Brexit, tant’è che i sistemi imprenditoriale e finanziario erano contrari: hanno deciso i cittadini che si sentivano esclusi dai benefici della Gran Bretagna globalizzata e politici in cerca di copione.  Hanno deciso non su un caso economicamente serio (i numeri usati in campagna elettorale pura fantasia, perché un contributo netto al bilancio europeo non è un costo, ma è di solito ampiamente giustificato da altri benefici che non si riflettono nel bilancio. La Germania, la Francia e gli scandinavi sono contribuenti netti e non se ne lamentano, Le Pen a parte, che anche lei ha bisogno d’uno script), ma su un ragionamento puramente politico. La convenienza o no di tenersi legati a un blocco che non li ha mai davvero convinti e la questione della sovranità, che in effetti nel sistema europeo viene in parte condivisa.

È logico avere dubbi su tale meccanismo di condivisione della sovranità, che è caratteristico e unico al modello europeo. Per cinquant’anni quasi nessuno (britannici esclusi) l’ha messo in discussione perché i benefici economici erano tali da giustificarlo. Nell’ultimo decennio non è stato più così, e sarebbe assurdo non tenerne conto.

Ma rimane profondamente ingiusto ed antistorico negare all’integrazione europea cinquant’anni di pace e prosperità che hanno pochi paragoni possibili nella storia del mondo.

La fuga in avanti verso la sovranità europea non va intesa come un’espropriazione delle sovranità nazionali: da tempo gli europeisti propongono di rafforzare proprio quella, dando più poteri al Parlamento Europeo, eleggendo direttamente il presidente della Commissione  e rafforzando i meccanismi federali al modo statunitense. Sono i governi nazionali che mai hanno voluto perseguire quella via, rifugiandosi in un sistema a metà strada che non è né federale né più solamente nazionale. Nel quale ciò che va bene viene venduto come “successo nazionale” e ciò che va male “colpa dell’Europa”.

In definitiva, l’Unione Europea di oggi è l’ibrido che i governi nazionali hanno voluto che fosse, non un colosso che impone il suo volere. L’esempio più chiaro è la crisi migratoria: le istituzioni europee hanno proposto dei piani di ripartizione dei rifugiati (distinti dai migranti economici) per togliere la pressione su paesi riceventi come Italia e Grecia, ma sono altri governi nazionali che li hanno boicottati.

La Brexit rimane quindi comprensibile dal punto della vista della Gran Bretagna, del suo rapporto storico con l’integrazione europea e della congiuntura economico – politica complessa che attanaglia l’UE. Non è ancora, e forse non sarà mai un successo economico, né ha seguito motivazioni economiche. È una scelta politica su cui possiamo avere sensazioni ed opinioni, ma che dimostrerà i suoi effetti in futuro.

Lascia perdere i discorsi dei leader europei, condizionati come quelli della May dalla congiuntura e dalle tensioni attuali. La Gran Bretagna ha condizioni uniche per immaginarsi fuori dall’UE, non necessariamente riprodotte in altri paesi.

Ricordo solo che noi europei eravamo il 25% del mondo un secolo fa, siamo il 6% adesso. Nessuno dei nostri paesi da solo, nemmeno la Germania, risulta un attore globale con capacità d’influire sugli scenari mondiali. È ovvio che l’UE debba cambiare molto più profondamente di quanto non l’abbia fatto nell’ultimo decennio, debba ricentrarsi sui bisogni dei propri cittadini e debba superare visioni miopi e legate a pregiudizi (tipo nordici virtuosi vs. mediterranei fannulloni). Ed è ovvio che l’elettore italiano si senta frustrato per quanto successo negli ultimi anni, la poca considerazione del suo ruolo e i tremendi problemi economici.

Ma nella pratica, la fuga all’indietro verso una situazione politico – economica anni sessanta non è realista: non si tratta di distruggere l’integrazione europea per ricostruire ventotto paesi sovrani che torneranno a crescere come allora (non lo faranno) e rinnegare il periodo di maggiore prosperità della nostra storia dietro le nostre spalle, ma pensare se davvero in un mondo globalizzato i nostri ventotto saranno in grado di fornire migliori condizioni di vita ai loro cittadini. Storicamente, quest’anelo nazionalista ha dato pessimi risultati al nostro continente. Il discorso sulla sovranità e la libertà di scelta dei cittadini è ovviamente molto serio, ma supera di molto i confini dell’Unione Europea, per situarci in un mondo globale profondamente diverso da quello della nostra infanzia. Tornare all’indietro, come ci piace fare quanto si raggiunge una certa età, non ci restituisce la giovinezza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Davvero l’integrazione europea ha limitato la crescita?

Riassunto: L’idea diffusa che l’integrazione europea avrebbe penalizzato la crescita economica è smentita dai dati se si analizzano compiutamente sin dal 1950, quando il processo inizio’. La crescita dei paesi d’Europa occidentale è stata fino al 2007 superiore in media annuale rispetto agli stessi Stati Uniti, considerati l’ovvia pietra di paragone. Altra la situazione a partire dal 2008. Questo non vuol dire che la struttura macro – microeconomica, produttiva e demografica non sia nel frattempo drasticamente cambiata in Europa, e le aspettative dei cittadini siano diverse e comparativamente peggiori rispetto a quelle che avevano qualche decennio fa: è l’effetto della globalizzazione più che dell’integrazione europea in sè. Ma sostenere che l’integrazione europea sia stata un errore ed abbia “penalizzato” la crescita delle nostre economie è semplicemente antistorico e falso.

 

A coloro che sostengono che i risultati economici dell’integrazione europea sarebbero “un disastro” sin dall’inizio (non solo dal 2008), chiedo che diano un’occhiata a questo studio dell’università di Warwick, una delle più quotate britanniche, che misura la crescita economica dell’Europa occidentale dal 1950 al 2007, paragonandola con quella degli altri grandi attori economici. So bene che la lettura di uno studio economico è ardua per chi ha non ha studi specifici alle spalle, ma basterà analizzare le tabelle da pagina 21 per sfatare un mito.

Nel 1950, inizio dell’integrazione europea con il trattato CECA, il PIL pro capite in Europa occidentale era di 4569 USD contro 9561 negli Usa, la metà. Nel 1973 (crisi petrolifera) i dati erano di 11392 e 16689 rispettivamente. Nel 2007, prima della grande crisi, 21589 in Europa, 31357 negli Usa (due terzi). Dal 1950 è cresciuto naturalmente molto di più il Giappone (da 1921 a 22950).

La crescita annuale nel periodo 1950 – 73 è stata del 4.05% (Europa) e 2.45% (Usa) e nel 1973 – 2017 dell’1.91% (Europa) e dell’ 1.88% (Usa).

In termini di rapporto rispetto al PIL mondiale, è passato dal 26,2% dell’Europa e 29.2% degli Usa nel 1950 al 17.5% e 20.8% rispettivamente (perché sono cresciute comparativamente di più, sia in termini demografici che economici altre zone del mondo, essenzialmente l’Asia).

Chi sostiene che l’integrazione europea sia stata sin dall’inizio un disastro, deve allora anche sostenere che quella americana, inferiore in media durante tutto questo periodo lungo, lo è stata anch’essa, visto che è stata leggermente MINORE e la distanza si è ridotta. E quindi concludere che il periodo 1950 – 2007, uno dei più notevoli periodi di crescita ed espansione del benessere nel mondo occidentale, sia stato un disastro su ENTRAMBI i lati dell’Atlantico.

Rimane certo l’ipotesi di scuola che la NON liberalizzazione degli scambi in Europa avrebbe aumentato ulteriormente la crescita in un contesto di calo demografico a partire dagli anni sessanta. Di alta improbabilità logica e statistica.

Questi dati dimostrano in modo abbastanza semplice che è sbagliato sostenere che l’integrazione europea abbia pregiudicato la crescita: fino al 2007 ha fatto esattamente il contrario, come anche un confronto qualitativo tra gli standard di vita europei negli anni cinquanta e quelli degli anni duemila permette di fare.

Altra cosa è il declino dal 2008 in poi, specialmente grave nel caso dei paesi del Sud a causa della strategia sbagliata nell’affrontare la crisi.

Quindi, se sostenere che l’argomento europeista che associa l’integrazione europea alla pace in Europa è un accostamento non dimostrato (in effetti non ne abbiamo la controprova), sostenere che l’integrazione europea dal suo inizio sia stata un disastro ECONOMICO è semplicemente sbagliato e smentito dai dati.

Altra cosa, ovviamente, affermare che non siano stati fatti errori nell’ultimo decennio o che l’euro non sia una moneta non ottimale. Ma non si può fare di tutta l’erba un fascio.

Con tutto ciò, lo studio conclude anche che con opportune politiche la crescita avrebbe potuto essere ancora maggiore, il che è molto probabile.

 

Studio originale:

http://www2.warwick.ac.uk/fac/soc/economics/research/centres/cage/manage/publications/71.2012_crafts.pdf

Diritti umani e presenza dell’UE nel mondo

Dopo un mio recente post riguardante una riunione con il Difensore dei Diritti Umani (Procurador) del Guatemala, diversi amici mi hanno chiesto chiarimenti e maggiori informazioni sulla dimensione dei diritti umani nell’azione esterna dell’UE, che apparentemente non è conosciuta ai più: pensavo fosse noto che l’UE ha messo i diritti umani al centro della sua azione, ma mi rendo conto che, come tantissimi altri aspetti del nostro lavoro, rimane del tutto misconosciuto. Problema di comunicazione, certo, ma anche forza degli stereotipi. Ci siamo talmente abituati a considerare che tutto cio’ che non conosciamo meriti di essere criticato, che ormai è divenuto abituale pensare che se l’UE, progetto percepito come esclusivamente economico, ha dei problemi in quel campo, anche tutto il resto non valga nulla o nemmeno esista. Se l’euro non mi convince, che importeranno mai i velleitari diritti umani?

Nei miei diari dal Pakistan ho cercato di seguire un’altra impostazione, lontana dai toni della comunicazione ufficiale, troppo spesso apologetica, per raccontare i problemi concreti e la quotidianità di quello specialissimo lavoro diplomatico che consiste nel rappresentare non un paese singolo, ma un’Unione di paesi in costante evoluzione. Sto completando i diari pakistani per farne un volume che allarghi questo discorso, ma nel frattempo ne approfitto per affrontare parte del tema qui.

Il Pakistan è una repubblica islamica, ed in quel contesto la dialettica culturale / religiosa tra chi rappresenta i paesi occidentali (per loro cristiani, che dal loro punto di vista è sinonimo di occidentale) e una società islamica porta a numerosi momenti di frizione. Su molti temi le visioni sono incompatibili a causa del differente metodo interpretativo che si usa nell’analizzare i problemi: nel mondo islamico, ma anche in quello induista, il concetto di laicità non esiste, per cui è impossibile per loro comprendere che si possa essere occidentali e non religiosi o cristiani. La condizione di musulmano o induista viene dalla nascita, per cui dichiararsi ateo o laico è impossibile in quelle culture. Significa essere apostata, concetto che in occidente abbiamo dimenticato.

Noi occidentali nasciamo persone e poi, mediante il battesimo, entriamo in un cammino cattolico o cristiano. Che poi possiamo liberamente disattendere. Questo non succede nell’Islam (dove rimani musulmano sempre, e quindi passibile di condanna da chi considera che il tuo atteggiamento libero costituisca un tradimento). Per gli induisti la cosa è meno radicale, ma non puoi abbandonare l’induismo comunque. Puoi praticarlo o no, ma sempre rimani tale.

In Pakistan, questo portava spesso a malintesi o differenze sull’estensione e concretezza da dare al rispetto dei diritti umani tali come sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (di obbligatorio compimento in ogni paese membro delle Nazioni Unite) e di tutte le successive dichiarazioni specifiche che da essa derivano, di obbligatorio compimento solo per i paesi che le hanno ratificate (la maggior parte di loro).

Nonostante questa realtà giuridica, molti paesi nascondono la loro volontà di non adempiere con le Convenzioni e alcuni diritti umani che a loro risultano più ostici dietro l’alibi culturale e l’argomento che quei diritti sarebbero diritti europei o occidentali, di matrice cristiana.

Non c’è dubbio che la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo abbia una matrice originale ebraico – cristiano – illuministica, perché storicamente così si sviluppò, attraverso il cristianesimo prima e la rivoluzione francese poi, ma è anche indubbio che la pratica totalità dei paesi che aderirono alle Nazioni Unite dal momento della sua nascita hanno sottoscritto tale Dichiarazione e molti delle successive che da essa si originarono: non possono quindi adesso esimersi dall’applicarle.

In un paese islamico si ti dice spesso che l’Islam e il Corano sono portatori di altri valori ma è una scusa, perché l’Islam e il Corano sono del tutto compatibili con la Dichiarazione dei Diritti Universali se interpretati in modo moderno, come fanno molti teologi del tutto silenziati rispetto alle interpretazioni barbare di chi legge quei testi con la logica di quando furono scritti, nel sesto secolo d.C. E poi tutti i paesi islamici hanno sottoscritto quei principi, per cui devono applicarli.

Quando in Pakistan o in Arabia Saudita si dice “la pena di morte è prevista nel Corano”, si trascende dal fatto che quegli stessi paesi hanno sottoscritto un Protocollo nel quale se ne limita l’uso a casi d’eccezionale gravità, esonerandone in ogni caso minori d’età, donne incinta e handicappati. Cosa che non fanno.

L’Unione Europea ha concluso accordi politico – commerciali e di cooperazione con più di cento paesi al mondo. Sin dagli anni novanta, tali accordi includono una clausola sospensiva in casi di violazioni gravi dei diritti umani fondamentali. Paesi come l’Australia o il Canada hanno a lungo rifiutato di concludere accordi con l’UE considerando tale clausola offensiva. Ma poi hanno capito che non si trattava d’un ingerenza del tipo Nord – Sud, ma d’un impegno per entrambe le parti. Per anni noi europei ci siamo sentiti “a posto” in questo campo (ed esiste un organismo europeo, la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, che non fa parte dell’UE, che vigila su eventuali violazioni), ma la crisi migratoria ha messo in evidenza che in quel campo nessuno è al di sopra d’ogni giudizio.

Questa clausola ci permette, od anzi ci obbliga, a vigilare che nei paesi con cui intratteniamo rapporti non avvengano violazioni sistematiche di tali diritti umani fondamentali.

Assicurando in primo luogo l’informazione esatta sul caso, chiedendo assicurazioni dallo stato ospitante sulle misure prese, osservando se necessario processi e procedure, esercitando pressioni per ottenere risultati e rimedi soddisfacenti.

Cosa ci da diritto di farlo? Proprio quelle dichiarazioni universali e quei trattati bilaterali che abbiamo firmato con quei paesi. Nessuna ingerenza quindi, ma semplice coerenza con i testi che hanno creato, a noi e a loro, obblighi da rispettare.

Può uno stato con cui abbiamo rapporto dirci che la sparizione o morte extragiudiziale di una persona loro competenza esclusiva? No, perché sono legati da obblighi internazionali in materia di trasparenza e funzionamento del sistema giudiziario.

Può un paese massacrare, torturare, discriminare propri cittadini? No, perché legato da convenzioni internazionali, di cui siamo e sono parte, che lo vietano.

Nel caso italiano, a volte la Corte Europea ci ha condannato per lentezze del nostro sistema giudiziario: anziché prenderlo come un’ingerenza, come stupidamente alcuni fanno (proteggendo chi?), dovremmo invece considerarlo un utile sprone a migliorare il nostro sistema (che è sì, lento come una lumaca, convertendosi in protettore di chi delinque e non di chi subisce un torto).

In Pakistan, le nostre principali aree d’intervento erano la pena di morte (riattivata nel dicembre 2014 dopo anni di moratoria), la discriminazione delle minoranze, religiose e non, delle donne e dei minori.

Ricorderete anche dai miei diari l’orribile attentato di Peshawar, nel quale 132 bambini e 9 adulti furono trucidati dai talebani: a seguito di quell’attentato il Pakistan reintrodusse la pena di morte, prima riservandola ai terroristi, poi allargandola a molte altre categorie: da allora, 400 esecuzioni all’anno.

L’Unione Europea ha abolito completamente la pena di morte dai propri ordinamenti, anche in tempo di guerra, ed ha portato avanti una campagna che ha ottenuto l’adesione progressiva di 140 paesi al mondo (su duecento). In Pakistan, l’interruzione della moratoria ci mise di fronte all’obbligo di definire una linea di fronte a quello che consideravamo un regresso: come fare per promuovere l’abolizione in un paese esasperato, colpito dal terrorismo e che considerava tale pena una giusta punizione per chi aveva commesso delitti efferati (con l’appoggio del 90% dell’opinione pubblica).

Il mio predecessore aveva elegantemente “glissato” sul tema, evitando di parlarne: io proposi una linea diversa. Anche se l’UE è contraria SEMPRE alla pena di morte, una delle condizioni per applicarla è quella del “fair trial”, l’impeccabilità nell’applicazione delle procedure e la non violazione dei diritti di difesa. Condizione disattesa nella gran parte dei casi in Pakistan, dove finisce sulla forca spesso il primo disgraziato che passa per strada quando c’e da trovare un colpevole.

Con gli altri ambasciatori di paesi UE, abbiamo deciso di lavorare in sinergia con ONG che si occupano del tema nel paese e di chiedere sistematicamente il riesame di casi nei quali esistevano forti sospetti che il giusto processo non fosse avvenuto. Il dilemma era:  se noi siamo contro sempre, perché opporsi solo in alcuni casi? Per questo decidemmo di opporci sistematicamente, fino alla Corte Suprema o alla Presidenza della Repubblica, in quei casi nei quali si erano condannati a morte senza evidenza di giusto processo dei minori d’età (al momento dei fatti) o persone con handicap.

Qual’ era la base giuridica per tali gestioni (non pubbliche, ma normalmente confidenziali)? Proprio quelle convenzioni internazionali firmate dal paese che l’obbligavano a porre limiti all’uso della pena di morte. Quali i risultati? Le esecuzioni sono continuate, ma in qualche caso siamo riusciti ad ottenere la revisione delle procedure, la sospensione dell’esecuzione ed eccezionalmente anche la conversione della pena o in un caso la grazia.

Più in generale, finanziamo programmi di cooperazione per un miglioramento dei sistemi penali e una campagna per l’informazione sui diritti, sconosciuti a quella gran parte della popolazione che li ignora essendo analfabeta (e poi le leggi in Pakistan sono scritte in inglese, lingua che solo una percentuale minima della popolazione conosce).

Altri casi che seguivamo attivamente, chiedendo informazioni e soluzioni, riguardavano discriminazioni nei confronti di quel 4% di pakistani non musulmani, o nei confronti di donne e bambini. Per esempio, per pressione della comunità internazionale furono annullate le elezioni in un distretto della provincia del Khyber Pakthunkhwa dove NESSUNA donna aveva votato perché gli anziani l’avevano proibito.

Il governo e le autorità pakistane sanno che hanno obbligo di rispondere alle nostre inquietudini: si nascondono spesso dietro schermaglie culturali e procedurali, ma alla fine devono rispondere, dirci qualcosa. Alla fine diventi una specie di pungolo, di rompiscatole istituzionale, e sai che otterrai solo l’1% dei risultati desiderabili. ma non puoi esimerti.

Almeno io non lo faccio, altri colleghi preferiscono il quieto vivere.

In Guatemala o prima in El Salvador non esiste la scusa “religiosa”, anzi questi sono paesi nei quali le chiese sono piene di fedeli e in principio tutti sono credenti. Ma lo stato e la società sono intrise d’ingiustizie, ereditate da un passato spesso doloroso ed alimentate da tremendi squilibri economici che la crescita di anni recenti non ha intaccato.

I crimini dei regimi militari (200.00 persone uccise nella sola Guatemala) non hanno fatto l’oggetto di processi, salvo un paio di casi, ma le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno anche oggi: funzionamento molto insoddisfacente del sistema giudiziario, corruzione sistemica, incapacità dello Stato di fornire servizi minimi, violenza contro le donne (Guatemala primo al paese al mondo per tassi di femminicidio), milioni di bambini fuori dal sistema scolastico, 50%!!! di denutrizione infantile, la morsa del narcotraffico e del crimine organizzato.

Tutti questi fattori rendono la vita della gente comune molto difficile ed obbligano noi, che dello stato guatemalteco siamo soci mediante un accordo d’associazione UE – Centroamerica, che prevede anche meccanismi comuni di supervisione e miglioramento dei diritti umani fondamentali, a intraprendere quanto in nostro potere per aiutare il Guatemala a migliorare lo stato delle cose. Cooperiamo con le istanze statali, perché migliori la qualità dei servizi pubblici e delle garanzie offerte alla popolazione, collaboriamo alla lotta contro la corruzione politica e giudiziaria, finanziamo organizzazioni della società civile (ONG) che promuovono e difendono i diritti umani.

Tutto senza interferire nelle scelte legittime della democrazia guatemalteca, che non può però prescindere dal tener conto degli obblighi contratti con impegni internazionali e della situazione molto deficitaria del paese.

È un impegno complesso: nel mio ufficio io ho non più di due persone che mi possono aiutare in questo sforzo, che ti fa pensare a quello di svuotare il mare con un cucchiaino, ed obblighi che non potrà mai adempiere a piena soddisfazione. Saremo sempre criticabili perché avremo potuto ottenere risultati solo in una minima parte dei casi.

Ma un solo processo riaperto, una sola disputa su terre risolta pacificamente grazie al nostro intervento o la speranza che si riaccende negli occhi di una donna maltrattata che viene accolta in una struttura finanziata dai progetti UE ti fa capire che ne valeva comunque la pena.

Dovremmo noi europei essere più orgogliosi di questi nostri sforzi? Dovremmo cominciare dallo sforzarci per conoscere meglio cosa succede nel resto del mondo, quali sono le nostre politiche su temi così importanti, che cosa i nostri rappresentanti cercano di portare avanti, senza esimersi dal prendersi a volte insulti o minacce (già successo in questi quattro mesi, più i primi che le seconde).

Non siamo tutti uguali né tutti egualmente impegnati in queste battaglie, ma molti sì: per questo mi costa molto riconoscermi nell’immagine degli “eurocrati e funzionari internazionali sfruttatori e parti delle élites insensibili” che è venuto di moda dipingere in questi tempi confusi.

L’UE che tanto si critica non è solo euro e tagli ai servizi sociali, ma anche quello che rappresenta nel mondo: dove spesso grazie al nostro intervento, come europei riusciamo a porre parziale rimedio a problemi la cui gravità nemmeno sospettiamo dalle nostre parti.

Ciudad de Guatemala, 4 febbraio 2017.

L’espatrio: condanna o opportunità?

Prendo spunto da questa intervista, i cui contenuti mi convincono, per una considerazione su un dibattito molto presente sia in Italia che Spagna: quello sulla “disgrazia” dei giovani che devono andare a lavorare all’estero. Io sono all’estero da trent’anni, non ho mai lavorato in Italia e credo di aver qualcosa da dire di non “teorico” in questo dibattito. Io “emigrai” in un’epoca, fine anni ottanta, nella quale non era comune farlo. Anzi, era vista come una scelta “bizzarra” in un’Italia che si sentiva forte, bella, elegante e unica. L’Italia da bere, in preda a una breve stagione favorevole ed in una delle sue tantissime incarnazioni con la testa sotto la sabbia. E io perfino un bocconiano dell’epoca pre – massificazione, quando uscire da quell’università pareva darti ancora una patente di corso dal valore unico.

Andare all’estero si concepiva come un’esperienza di uno – due anni in un paese “figo” (in primis gli Usa) per poi spenderla in un immediato e redditizio ritorno in Italia. Una verniciatura brillante più che una full immersion che t’insegnasse davvero qualcosa.

Io, per ragioni forse innate, avevo già da allora un’altra idea, e mi attirava molto più la diversità del mondo che la prevedibilità del mio paese, per quanto all’epoca si pensasse che fosse il migliore al mondo (sempre esagerati, noi italiani…). Prima feci un Erasmus prima ancora che esistesse, e dovetti andare a convincere uno per uno i professori perché mi convalidassero gli esami sostenuti all’estero (che bizzarria avevo fatto). Sei esami in quattro mesi in una lingua imparata poco tempo prima, nulla a che vedere con le “vacanze pagate” di cui parla qualcuno riferendosi a Erasmus.

Poi io andai in una Spagna che non era ancora stata scoperta dagli italiani e non considerata quindi un paese “dove imparare”, ma uno “peggio di noi”: una conferma di quella visione utiiitaristica dell’espatrio allora vigente, che divideva il mondo in serie A. B, C eccetera: imparavi in serie A, dalla B in poi non aveva senso muoversi.

Chi mi conosce adesso può pensare che io partissi da privilegiato: al contrario, il mio primo stipendio fu di 50.000 pesetas, 300 euro, qualcosa di simile ai famigerati mille euro di oggi. Lo feci lo stesso perché lo vedevo come un primo passo verso il mondo ed era ciò che mi interessava. Poco a poco le mie posizioni sono migliorate, non senza momenti di difficili e passi falsi. Lo stipendio nella mia seconda impresa migliore, nella terza ancora migliore, a partire dal quarto contratto, nel 1993, potei cominciare pensare in termini stabili al futuro. Solo allora comprai una macchina non di seconda mano e una televisione a colori, la casa l’avrei comprata solo a 43 anni. In nessun momento mi venne da pensare d’essere in preda a un destino cinico e baro o che il mondo ce l’avesse con me perché non avevo “tutto subito”.

Oggi posso senz’altro essere considerato un privilegiato, ma dopo aver fatto un cammino passo passo, non perché qualcuno me l’abbia fatto cader dal cielo o perché tale destino fosse li ad aspettare me.

Ai miei ritorni in Italia mi trovavo sempre a disagio perché entusiasta delle realtà via via conosciute all’estero e spesso ero accolto con sorrisi ironici e infastiditi dalle mie critiche alle staticità italiane, evidenti quando le vedevi da fuori ma ancora ignote ai più all’epoca, in presa ad una specie di doping collettivo sull’eccezionalità italiana. Anche oggi noto spesso un interesse molto relativo nel conoscere cosa si fa “là fuori”: è una sensazione che so comune a tanti espatriati. Rimani un po’ un anormale.

Oggi la situazione appare diversa a tutti e tanti italiani e spagnoli devono per forza, non per scelta, andare a lavorare all’estero. Mi sento di dire che nel 90% dei casi la realtà che trovano è migliore di quella che hanno lasciato, e facendolo non solo iniziano un cammino verso l’indipendenza, ma sviluppano personalità e competenze che nemmeno si sognavano di avere nell’intorno protetto di sempre. Tirano fuori quello che nemmeno pensavano di avere all’ombra di mamma e papà. Io sono nato in una città e cresciuto in due altre, che amo molto, ma non ho mai pensato d’avere un diritto “innato” ad avere buone condizioni economiche là dove ero cresciuto. Lo spazio familiare non me le forniva e non vedo in che modo tale diritto possa nemmeno esistere.

Non pretendo che la mia esperienza sia esclusiva, né che tutti la pensino come me. Noto però toni un po’ patetici e lamentosi in tanti espatri attuali, vissuti come condanne a morte o pene di carcere: al contrario, non credo che nulla possa sostituire la bellezza del sentirsi indipendenti, utili e valorizzati. E adesso è così facile restare in contatto con la famiglia e tornare ogni tanto, non siamo mica gli emigranti di un secolo fa. Chi espatria si rende poi conto che verso la fine delle vacanze incominci ad avere voglia di ripartire, di ritornare alla TUA vita.

Il discorso di paesi come i nostri che non sono capaci d’usare a dovere le competenze e risorse umane che hanno, mandandole altrove a svilupparsi, è un altro, collettivo e non individuale. Richiede analisi spassionate su dove i nostri paesi vogliono andare e che società, costruite su quali competenze vogliono costruire. Qualcosa di molto diverso dalle lacrime disperate per una lontananza o gli attacchi di autoesaltazione / commiserazione cui siamo periodicamente presa. Io ho sempre aspirato a poter a un certo punto contribuire direttamente alla ripresa del mio paese, ma ho capito presto che l’Italia non aveva bisogno di me: io sono un rompipalle, e dico sempre ciò che penso. Non è ciò che l’Italia premia o cerca. Molto meglio una nuova generazione di menestrelli che vendano una nuova infornata di illusioni.

Sono quindi d’accordo con l’intervista, che parla d’immobiliare, ma che tocca temi simili ai miei. Non credo sia per forza utile avere casa in proprietà da subito, né che si debba avere accesso a tutto con il primo stipendio: la realtà non è MAI stata quella, altro che crisi.

Ammetto che espatriare dovrebbe essere una scelta e non un obbligo, ma va preso per quello che è: un’esperienza di vita che se vissuta pienamente risulterà quasi sempre vincente. Questo tema non deve divenire l’ennesima occasione per darci addosso gli uni gli altri, per dividerci tra buoni e cattivi, patrioti e “traditori”. Persino gran parte degli emigranti poveri d’un tempo costruirono vite migliori all’estero in epoche molto peggiori, figuriamoci i giovani preparati di oggi. La differenza la fa l’individuo, sempre. Limiti non ce ne sono, ce li costruiamo noi.

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/12/29/il-fondatore-di-idealista-ai-giovani-dico-non-comprate-casa/32801/